Tor Tre teste Festival | Labirinti reali ed immaginari al Parco Alessandrino dal 30 luglio al 1 agosto 2010


dal 30 luglio 2010 al 1 agosto 2010
“TOR TRE TESTE FESTIVAL”
Labirinti reali ed immaginari al Parco Alessandrino – Tor Tre Teste
Municipio VII

a cura di
Ass. di volontariato The Way to the Indies – Argilla Teatri
Ass. Culturale Michele Testa TorSapienza

Con il sostegno di
Ass. Fabbrica Prenestina Onlus – Coop. no profit Fuori Posto

La manifestazione è realizzata con il sostegno dell’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma.

DOVE: Anfiteatro del Parco Alessandrino – Largo Serafino Cevasco
alle spalle della Chiesa Dio padre Onnipotente (la Chiesa delle Vele di Mayer)

INGRESSO: Gratuito

PUNTO RISTORO: Tutte le sere

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Direttore Artistico: Ivan Vincenzo Cozzi
Organizzazione: Isabella Moroni
Assistente: Andrea Colamedici
Responsabile Scritture di Strada: Maura Gancitano
Ufficio stampa: Rita Anaclerio/Sara Cascelli

Tecnico: Brunella Petrini
Service: STAS

Presentazione

Programma

Cast Artistico

Immagini

2 Commenti a “Tor Tre teste Festival | Labirinti reali ed immaginari al Parco Alessandrino dal 30 luglio al 1 agosto 2010”

  1. Labirinto d’estate. Un mito che si trasforma fra arte e teatro | di Isabella Moroni : art a part of cult(ure) Scrive:

    [...] con la lettura teatralizzata di Durrenmatt inizia il Tor Tre Teste Festival| labirinti reali e immaginari al Parco Alessandrino, una manifestazione dell’Estate Romana a cura di Argillateatri che sarà in scena dal 30 [...]

  2. Laura Bruno Scrive:

    E’ stato complesso e doloroso orientarmi in questo spettacolo: IL Labirinto – Perdersi e ritrovarsi nei racconti di labirinti – rappresentato a fine luglio al Tor Tre teste Festival, diretto da Ivan Cozzi e curato da Isabella Moroni. Il lavoro si è ispirato prevalentemente al Minotauro di Durrenmatt, all’Asterione di Borges, nonché ai “Canti di dolore” di Ovidio e ai carmi di Catulllo. Sin dalla prima visione, ne sono scaturite suggestioni intense, per i molteplici richiami alle opere classiche, e, per il lungo e tortuoso viaggio nella memoria che ne è conseguito, poichè ci si confronta con temi universali ed archetipici.
    Il labirinto, può essere reale o immaginario, un sogno oppure un incubo, è un viaggio nell’anima, nei recessi più intimi ed infimi dell’essere umano. Ci si trova immersi e riflessi, come nell’acqua ovvero in uno specchio deformante, alienante, metafisico e surreale. Questo argomento che ricorre in tutta la mitologia classica, così come nei culti egizi e orientali, è stato perciò ripreso e dibattuto principalmente dagli psicoanalisti, con un particolare riferimento, in questo caso, a JJ.Lacan, quando descrive:
    “ lo Stadio dello Specchio”.
    E’difatti, proprio l’asimmetria speculare, l’impossibilità di ri-conoscersi e di riconoscere l’altro, il sosia.. come Altro da se, ovvero l’ingresso nella relazione intersoggettiva.., che rappresenta la mostruosità del minotauro (per certi aspetti, questa stessa “Deformità”, ricorda quella del Riccardo III di Shakespeare).
    Il mostro, qui è visto nella sua totale incoscienza e “anima-lità”. Viene infatti descritta la commovente vicenda di un essere costretto a non essere, rinchiuso nel noto labirinto di Dedalo, tra infiniti specchi e infinite illusioni di se. L’unico rapporto che troverà con gli umani, lui, che è il frutto della vergognosa commistione tra toro e donna, sarà solo d’inganno e morte. Teseo ed Arianna giocheranno di contro, la loro “umana” spietatezza per sopprimere questo “bestione” ingenuo; così finisce per destare non solo in me, ma anche negli altri spettatori, tanta compassione e tenerezza (proprio ai giorni d’oggi, dove la spettacolarizzazione della bestialità e del sadismo, sembrano “ provocare” solo un’assuefazione scientifica, o, indurre ad un forzato cinismo).
    La prima scena dello spettacolo si apre con l’immagine di una maestosa danza Tai-Chi. Trattasi di un vero e proprio momento Liturgico, direi “religioso” e, meditativo. Tutto appare come in un sogno… (così come nel sogno, si apre anche il monologo dell’Ifigenia in Tauride…). La veduta complessiva all’inizio è orizzontale, sebbene i gesti degli attori siano protesi verso l’alto, ovvero, un elevazione dalla Terra verso il Cielo…, quasi a preludere l’evoluzione spirale e verticale, che seguirà fino all’epilogo, con il “Volo dell’Asterione”.
    Lo stile è fluido e la lentezza dei movimenti, accompagnata dalla musica creata dal vivo con materiali ed elementi naturali quali l’acqua, i sassi, il bamboo, le foglie le conchiglie di mare e gli strumenti a percussione, ricorda la pantomima muta dell’ arte di Mussorskij, quando si metteva in musica il parlare umano. Qui il gesto ha smesso di parlare… desidera conversare in maniera autentica, intima e confidenziale con lo spettatore, proprio come l’onda sonora, il suono non articolato, il non verbale della voce umana che rafforza e promuove il rifiuto del parlare umano in nome di una più ampia arte non concettuale. Tutto ciò favorisce l’immersione nella dimensione onirica, come fosse un dream state.. . come appunto: “ il lungo sonno del minotauro…”.
    Il disorientamento spaziale e temporale induce nello spettatore un senso di straniamento ed uno stato di attesa, si tratta dunque di un: “ pro-logos”.
    Segue l’ingresso e l’allestimento della “Macchina Danzante”.., che rappresenta la casa del minotauro, il labirinto di specchi, il dedalo archittettonico dell’animo umano.
    Questa non è altro che un marchingegno infernale, un costrutto dell’anima, così ben rappresentato scenicamente, da “un’impalcatura danzante”, un trabattino, su cui si arrampicano gli attori e che ruota sul palco come fosse un balagan moscovita. I richiami alla biomeccanica di Mejerchol’d, (es. il magnifico cornuto), sono evidenti, ma ancor prima, appunto, agli allestimenti scenici del teatro russo di Nicolaj Foregger, con la sua straordinaria ed innovativa invenzione delle “Macchine Danzanti”.
    Sembra di assistere proprio ai manifesti teatrali del Teatro Russo dei primi 900, come ad es. il cabaret “lo Specchio Deformante” ( Krivoe Zerkalo) oppure al movimento letterario del teatro KamermyJm o al culto della pantomima con il teatro di Tairov.
    Infine, il riferimento ai: “Tempi Moderni” di C. Chaplin, è quasi dovuto.
    Nella partitura acrobatico-circense, ho ritrovato il tentativo di una ricerca a metà fra le acrobatiche performance del teatro medioevale russo ed il music-hall americano sovietizzato; dove appunto, come ricordano i lavori di Nicolaj Foregger, acrobazia e danza intendevano rappresentare i processi produttivi della contemporaneità.
    Nelle scene successive cui faranno ingresso gli altri due principali protagonisti dell’opera, Teseo ed Arianna, ho trovato suggestiva soprattutto l’immagine del lungo drappo rosso, portato da Arianna. A mio parere, questo “filo rosso” …, non rappresenta una via d’uscita dal dramma, semmai, costituisce un ulteriore “groviglio o matassa” da dipanare e risolvere. La figura d’Arianna qui è appunto vista, anche in chiave omerica … proprio come “Penelope” che tesse e scuce la tela, ma al tempo stesso, trama con l’astuto Teseo la trappola, ovvero, di far cadere nella rete l’ingenuo e patetico Minotauro. Teseo ed Arianna, mi appaiono ora, in tutta la loro spietatezza e crudeltà nel loro tentativo ben riuscito, di sopprimere un “bestione” così tanto privo delle scaltrezze umane.
    Questa creatura che non ha ancora accesso al piano Simbolico e dei Significati, quindi al Logos, il linguaggio e la semantica, perciò emette solo gemiti, urla e suoni bestiali,
    - Dapprincipio fu come il grido della bestia, poi poco a poco anche lui si accorse che erano le sillabe di una sola parola – (dialoghi con Leucò, C. Pavese)
    che si perde in maniera giocosa e giubilatoria proprio come un bimbo nei primi sei mesi di vita, tra i molteplici duplicati di se e le immagini riflesse da lui stesso create, mi appare estremamente patetica e degna di compassione. (Evidenti sono gli elementi che si ritrovano nel mito di Narciso, quando costui, nel tentativo di coincidere con se stesso, con l’immagine riflessa nell’acqua e di afferrarla, proprio come fa il Minotauro, al di là del vitreo e gelido specchio, annega in una molteplicità di proiezioni).
    Lo spettacolo si conclude con la figura dell’Asterione di Borges (dall’etimologa del nome stesso, figlio del cielo, lo stellato) che appare in cima al trabiccolo, come di colui che sta per spiccare il volo e si libera dalla schiavitù paranoidea del labirinto. La scena dona all’intera opera, un senso aereo e forse catartico. Difatti, a questo punto… la bestia, l’Asterione, si trova in alto, vicino “all’intricato Sole” (ricorda Icaro), mentre in basso stanno, “gli uccelli… sciocchi..”? Per riprendere un’antica e nota fiaba…
    L’evoluzione aerea dello spettacolo, con il “Volo” dell’Asterione, da una parte estrinseca la tragedia di un uomo solo, unico, incompreso, dall’altra, rappresenta la necessità di riscatto, il diritto alla replica e soprattutto l’anelito a raccontarne la bellezza di queste vite e queste forme, antiche ma allo stesso tempo nuove, perché: “non c’è un passato da rimpiangere, c’è soltanto il nuovo perenne che si forma dagli stessi elementi estesi del passato, e il vero rimpianto deve sempre essere produttivo, creare cose nuove e migliori.” (J.W. von Goethe).
    Tornando dunque, al titolo dell’opera, il labirinto, rappresenta sostanzialmente l’evoluzione storica dell’umanità; basti pensare in natura, ai cristalli, i frattali, alla Spirale Aurea e alle teorie del Caos e della complessità, cui ne sono derivate. Questo, nella sua ripetitività e perfezione matematico-geometrica… si evolve proprio come una scala a chiocciola… ma allo stesso tempo, si complica.. , fino a far perdere di vista l’orizzonte “al viandante sul cammino. …”.. .
    (IL CAMMINO DI SANTIAGO…?).
    D’altronde, ripercorrendone l’architettura, con i suoi punti, linee, percorsi e ramificazioni spirali, vediamo come la geometria stessa, intesa come scienza umana, si occupi principalmente di organizzare lo spazio attraverso forme ben riconoscibili. Essa inneggia all’astrazione dalle cose reali, partendo dalle forme naturali per allontanarsene per sempre. Tutto perciò appare come un’eterna e ciclica lotta, contro il caos e l’imprevedibilità della natura. E’ anche il tentativo di una razza, quella umana, di staccarsi dalla contingenza e dall’enormità delle dimensioni, cosí da renderlo a misura di sé. A misura d’uomo, lo spazio, quindi il tempo. A misura d’uomo le forme e il disegno del movimento; a misura d’uomo le sfere celesti, così come la spirale delle conchiglie, le nervature di una foglia o il delta di un fiume. A misura d’uomo perfino il Caos, grazie ai frattali e Mandelbrot. E’ la lotta per la simmetria, per la costruzione di un punto di vista che conforti e rassicuri.
    Mi vengono in mente infine, molte suggestioni relative al Sogno e che forse, saranno poi elaborate nei successivi lavori, che emergono non solo dai racconti di Borges, ad es. lo Zahir, ma soprattutto, dalle opere di Garcia Lorca; autore di un testo (la vita è sogno), in cui si sostiene con uguale solennità, che La vita non è sogno, il che, non è troppo distante dall’assunto di base. Ora più che mai mi trovo di fronte all’apoteosi dell’impalpabile. In fin dei conti, si conferma e si ribadisce il trionfo del teatro, la vita che si guarda allo specchio, e, nell’atto di guardarsi, rivive. O magari vive davvero.
    O smette di vivere, per iniziare a sognare. …

    Laura Bruno

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